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Sulla coerenza

Sulla coerenza

Recentemente qualcuno mi ha chiesto “perché le sirene?”

La sirena è un essere mitologico che, per me, simboleggia la coesione tra mondi in (apparente?) contrapposizione.

In origine tra terra e cielo (le sirene erano raffigurate metà uccello e metà donna), nell’interpretazione che più comunemente conosciamo invece, tra terra e mare.

Le contraddizioni sono, nella nostra società, un qualcosa da non mostrare, di negativo e la coerenza è invece una virtù ammirevole.

Ma se la coerenza, così come socialmente riconosciuta, fosse invece una gabbia?

Non siamo in fondo tutti “mostri” («ciò che esce dal comune», «l’essere straordinario») intenti a nascondere troppo spesso ali, pinne, squame e altre “deformità”?

E se in questa ricerca di coerenza e omologazione perdessimo ciò che ci rende eccezionali, proprio come la sirenetta di Andersen che sacrifica la sua meravigliosa voce per un paio di gambe?

Nostalgia del mare

Nostalgia del mare

La prima volta che ho sentito il mare in una conchiglia avevo circa 7,8 anni. Eravamo a Santo Stefano e sul porto c’era una bancarella che esponeva conchiglie bellissime e lucenti di tutti i tipi. Mia madre me ne avvicinò una all’orecchio e io, dopo attenta analisi per constatare che non ci fosse dentro nulla e ascoltata la spiegazione che era l’aria a generare quel rumore, pensai che quello fosse il suono della conchiglia che ricordava il mare, una memoria che riecheggiava all’interno di quella spirale all’infinito, o almeno finché non fosse stata di nuovo restituita all’acqua.

storia di un barbagianni

storia di un barbagianni

In un periodo non bene identificato della mia infanzia, per alcuni anni, sul finire dell’estate si andava una sera a cena da una mia zia. Questa zia, della quale non ricordo molto, aveva un grande giardino (o forse piccolo, ma tutto è relativo), nel quale si diceva abitasse un barbagianni.
Non avevo idea di cosa fosse e mi spiegarono che era un uccello… Ogni anno ero sempre più incuriosita, mi dicevano “guarda là tra i rami.. lo vedi?” Ma non sono mai riuscita a vederlo.. forse perché tra i rami cercavo un essere con il corpo da uccello, la faccia da Gianni e una folta barba nera.. non vi so descrivere bene la faccia da Gianni, ognuno se la immagini come vuole.. fatto sta che il non vederlo un po’ mi dispiaceva ma allo stesso modo mi rasserenava perché in effetti un po’ mi spaventava l’idea di una faccia barbuta che spuntava da un albero. Quando ho scoperto che il tema del Pottery Show sarebbe stato “giardino” e ho iniziato a pensare a quello che volevo realizzare, non so perché, mi è venuto in mente quel giardino e quell’uccello misterioso.. strana cosa la memoria 

forse troppe parole per spiegare che le parole non servono

forse troppe parole per spiegare che le parole non servono

“Se si potesse esprimerlo a parole non ci sarebbe motivo di dipingerlo” Edward Hopper

Le parole e il linguaggio mi hanno sempre affascinata, le etimologie, i sistemi diversi di scrittura, il rapporto che hanno con la realtà.

Per molti anni ho sognato di diventare scrittrice, mi piaceva leggere e sentivo un fortissimo bisogno di trovare un modo per esprimermi: ho scritto diversi racconti in quel periodo della mia vita, traducendo, o cercando di tradurre, immagini in parole rigorosamente tracciate con penne blu della Steadtler così che diventassero più “fisiche” nell’onda continua e nel solco su carta che lasciavano.

Anche oggi preferisco scrivere a mano, dare una forma tutta mia ai concetti, ci sono parole che scivolano e parole che quasi bucano il foglio, parole appuntite e parole tonde, alte o che si appiattiscono sulle righe.

Ho cercato di fare mie le parole, ma ne percepisco sempre un limite, che forse è lo stesso limite di chi deve esprimersi in una lingua che conosce bene ma rimane straniera, perché la mia madrelingua è fatta da immagini che scorrendo danno luogo ai pensieri.

Per questo motivo (e anche per quello di cui parlo qui) non spiego i miei lavori, né attribuisco loro un titolo, mi piace pensare che se hanno qualcosa da dire riescano a farlo da soli

Diario della quarantena

Diario della quarantena

Oggi è l’11 aprile 2020 e, come tutti, mi trovo a casa a causa della pandemia. Non esco da 31 giorni, ma sono tra le persone fortunate perché ho un bel giardino, sono in buona compagnia, non mi manca nulla e ho con me molta argilla e tutto l’occorrente per trascorrere qualche ora del giorno facendo ciò che amo fare.

I primi giorni sono stati più duri paradossalmente, stava accadendo qualcosa di assurdo proprio a pochi mesi dall’apertura del Cantiere delle Arti e mi sentivo frustrata, apatica e anche in colpa per l’apatia. Piano piano ho ripreso il controllo della situazione per fortuna e alcune cose belle sono nate anche in questo periodo..  il canale YouTube degli artisti e artigiani di Castel Gandolfo, l’iniziativa Adotta una bottega e qualche lavoro ispirato alla primavera.

Ho anche approfittato per leggere un libro che volevo leggere da molto tempo, molto interessante e ricco di spunti.


Cerco di tenermi occupata come tutti quelli che non hanno guai più seri che il problema di sconfiggere la noia e già questa pare una grande fortuna.