Differenza tra fantasia e immaginazione

Molto spesso si confondono i termini, e dunque i concetti, di ‘fantasia’ e ‘immaginazione’.

Se con “fantasia” si indica la capacità di vedere o visualizzare cose e situazioni, una capacità che resta un po’ chiusa in se stessa, l’ immaginazione permette di creare o modificare una realtà: immaginare rientra nel campo dell’esperienza, è un’azione condivisibile con gli altri, percepibile in qualche modo.

“Io ho immaginazione, non fantasia” sosteneva Gaudi e quando lo ho letto la prima volta mi sono quasi commossa, come quando ritrovi in altri i tuoi stessi pensieri.

Forse l’immaginazione è un senso, un ponte tra ciò che siamo e tutto il resto e la differenza tra questa ultima e la fantasia è la stessa che c’è tra credere e sapere.

Scrive Anne Wilson, in un saggio che dedica all’argomento:

L’immaginazione lavora per comprendere il mondo esterno al di là delle preoccupazioni solipsistiche del mondo interiore e per affrontarlo efficacemente. L’immaginazione è, inoltre, un potere creativo della mente che può saltare a concetti nuovi e visioni uniche della vita, mentre la fantasia è confinata al familiare, poiché si occupa solo dell’espressione dell’immutabile ceppo comune dei sentimenti umani.

Sulla coerenza

Recentemente qualcuno mi ha chiesto “perché le sirene?”

La sirena è un essere mitologico che, per me, simboleggia la coesione tra mondi in (apparente?) contrapposizione.

In origine tra terra e cielo (le sirene erano raffigurate metà uccello e metà donna), nell’interpretazione che più comunemente conosciamo invece, tra terra e mare.

Le contraddizioni sono, nella nostra società, un qualcosa da non mostrare, di negativo e la coerenza è invece una virtù ammirevole.

Ma se la coerenza, così come socialmente riconosciuta, fosse invece una gabbia?

Non siamo in fondo tutti “mostri” («ciò che esce dal comune», «l’essere straordinario») intenti a nascondere troppo spesso ali, pinne, squame e altre “deformità”?

E se in questa ricerca di coerenza e omologazione perdessimo ciò che ci rende eccezionali, proprio come la sirenetta di Andersen che sacrifica la sua meravigliosa voce per un paio di gambe?

Nostalgia del mare

La prima volta che ho sentito il mare in una conchiglia avevo circa 7,8 anni. Eravamo a Santo Stefano e sul porto c’era una bancarella che esponeva conchiglie bellissime e lucenti di tutti i tipi. Mia madre me ne avvicinò una all’orecchio e io, dopo attenta analisi per constatare che non ci fosse dentro nulla e ascoltata la spiegazione che era l’aria a generare quel rumore, pensai che quello fosse il suono della conchiglia che ricordava il mare, una memoria che riecheggiava all’interno di quella spirale all’infinito, o almeno finché non fosse stata di nuovo restituita all’acqua.

storia di un barbagianni

In un periodo non bene identificato della mia infanzia, per alcuni anni, sul finire dell’estate si andava una sera a cena da una mia zia. Questa zia, della quale non ricordo molto, aveva un grande giardino (o forse piccolo, ma tutto è relativo), nel quale si diceva abitasse un barbagianni.
Non avevo idea di cosa fosse e mi spiegarono che era un uccello… Ogni anno ero sempre più incuriosita, mi dicevano “guarda là tra i rami.. lo vedi?” Ma non sono mai riuscita a vederlo.. forse perché tra i rami cercavo un essere con il corpo da uccello, la faccia da Gianni e una folta barba nera.. non vi so descrivere bene la faccia da Gianni, ognuno se la immagini come vuole.. fatto sta che il non vederlo un po’ mi dispiaceva ma allo stesso modo mi rasserenava perché in effetti un po’ mi spaventava l’idea di una faccia barbuta che spuntava da un albero. Quando ho scoperto che il tema del Pottery Show sarebbe stato “giardino” e ho iniziato a pensare a quello che volevo realizzare, non so perché, mi è venuto in mente quel giardino e quell’uccello misterioso.. strana cosa la memoria 

forse troppe parole per spiegare che le parole non servono

“Se si potesse esprimerlo a parole non ci sarebbe motivo di dipingerlo” Edward Hopper

Le parole e il linguaggio mi hanno sempre affascinata, le etimologie, i sistemi diversi di scrittura, il rapporto che hanno con la realtà.

Per molti anni ho sognato di diventare scrittrice, mi piaceva leggere e sentivo un fortissimo bisogno di trovare un modo per esprimermi: ho scritto diversi racconti in quel periodo della mia vita, traducendo, o cercando di tradurre, immagini in parole rigorosamente tracciate con penne blu della Steadtler così che diventassero più “fisiche” nell’onda continua e nel solco su carta che lasciavano.

Anche oggi preferisco scrivere a mano, dare una forma tutta mia ai concetti, ci sono parole che scivolano e parole che quasi bucano il foglio, parole appuntite e parole tonde, alte o che si appiattiscono sulle righe.

Ho cercato di fare mie le parole, ma ne percepisco sempre un limite, che forse è lo stesso limite di chi deve esprimersi in una lingua che conosce bene ma rimane straniera, perché la mia madrelingua è fatta da immagini che scorrendo danno luogo ai pensieri.

Per questo motivo (e anche per quello di cui parlo qui) non spiego i miei lavori, né attribuisco loro un titolo, mi piace pensare che se hanno qualcosa da dire riescano a farlo da soli