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di confini non ne ho mai visto uno…

di confini non ne ho mai visto uno…

“Di confini non ne ho mai visto uno, ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone ” scultura ispirata al lavoro dell’etnologo ed esploratore Thor Heyerdahl (1919-2002) che dedicò tutta la sua ricerca a mettere in discussione le teorie sulla diffusione umana “Grazie allo studio del passato voglio dimostrare che siamo una sola razza sulla terra e che dobbiamo imparare a vivere in pace e armonia”

sull’originalità nell’espressione artistica

sull’originalità nell’espressione artistica

Quando da bambina ho cominciato ad appassionarmi alla lettura, mi chiedevo se in un futuro più o meno remoto sarebbe stato impossibile scrivere un racconto o un romanzo che non fosse già stato scritto.

“Se esiste un numero finito di parole, un numero finito di combinazioni di esse..” pensavo, benché si trattasse di un numero che non riuscivo a calcolare, né riuscivo ad immaginare un’umanità incapace di produrre qualcosa di nuovo.

Mi sono interrogata a lungo negli ultimi anni sul concetto di “originalità” applicato all’arte.

Se ricerchiamo la definizione del termine “originale” troviamo: “Innovativo, che non si rifà a modelli precedenti, che non imita”. Quindi esclude l’idea di riproduzione, copia e versione, ma anche è caratterizzato da indipendenza dalla tradizione e dagli stili.

Fino al Romanticismo nell’arte si ricercava molto la vicinanza ad un canone e ad un genere, ma questo non significa che le opere mancassero di segni distintivi dell’autore o che fossero impersonali: anche copiando un lavoro l’autore cercava di superare il modello e comunque di metterci del proprio.

Credo che questo sia naturale ed intrinseco in ciò che l’arte ha sempre rappresentato per il genere umano, una risposta al bisogno di espressione dell’io.

Rifarsi esattamente ad un modello ha avuto soprattutto una valenza didattica per me.

Ho imparato a disegnare copiando i disegni dei fumetti, la mia massima aspirazione a otto anni era quella di riuscire a riprodurre Paperino. Ad un certo punto ho iniziato a volere metterci del mio… è stato un percorso lungo, ogni volta che credevo di essermi liberata dagli stili mi rendevo conto poco dopo che non era così. Disegnavo caricature delle mie professoresse nelle ore di greco e filosofia. fiori, donne…. ma mi pareva di non riuscire a tradurre nulla nel mio linguaggio.

Da qualche parte ho letto una definizione di originalità nell’arte che mi piace moltissimo, non riesco a ritrovare la fonte purtroppo però, è una frase che ho appuntato su un quaderno qualche mese fa e dice “l’originalità nell’arte si trova nel potere del pensiero indipendente e dell’immaginazione costruttiva”.

Il pensiero indipendente non è esente da influenze, ma è capace di rielaborare in maniera personale, attraverso la creatività, che è una delle metacompetenze trasversali caratteristica dell’uomo e “responsabile” del progresso in ogni campo.

Viviamo in un contesto sociale, in una determinata epoca storica, credere di non subire influenze equivale per me a credere di non esistere, rompere con il passato è in qualche modo un’azione fortemente influenzata da ciò che ci ha preceduti.

Se oggi arte si sposa spesso con concetti quali innovazione, rottura ed esplorazione, questo per me può costituire un limite da un certo punto di vista quanto i canoni e i modelli del passato (ma forse abbiamo bisogni di limiti per fare arte)… insomma, scriveva Oscar Wilde che l’anticonformismo è fatto per le masse e a volte mi pare che in questa originalità a tutti i costi ci sia il rischio di conformarsi.

Per questo per me è originale non ciò che vuole essere originale, ma ciò che vuole essere autentico ed espressione di sé.

Ho i tratti del viso di mio padre, le espressioni di mia madre (senza per questo essere né l’uno né l’altra), a sei anni cercavo di calcolare le possibili combinazioni delle parole e pure quelle delle note musicali, facevo anche tante altre cose che parevano prive di senso agli altri, al momento ho 39 anni e mi sono interrogata a lungo su un qualcosa che forse raggiungi solo quando smetti di pensarci.

Quello che sono, faccio.

sull’immaginazione

sull’immaginazione

“Con quanta interezza vivo nella mia immaginazione; come dipendo assolutamente da zampilli di pensiero che mi vengono mentre cammino, mentre mi siedo; cose che roteano nella mia mente, componendovi un incessante corteo, che dovrebbe essere la mia felicità.” (Virginia Woolf)

 

 

Quando ero bambina cercavo sempre di dare definizioni assolute alle cose, così per me l’infinito era composto da “tutte le cose che esistono e tutte le cose che non esistono”… 

Molto del mio lavoro si svolge mentre faccio altro o faccio niente.

L’incessante accadere nella mia mente, susseguirsi di immagini e forme spesso mi conduce altrove, un altrove sempre nuovo ma familiare.

Ho sempre ritenuto l’immaginazione un senso con il quale percepire il mondo circostante, un senso capace di sondare l’invisibile e “vedere” il visibile con occhi nuovi.

 L’immaginazione può permeare tra le cose che esistono e quelle che non esistono, mescolandole tra loro e forse, proprio per questo, il pensiero non può avere limiti o confini.