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out of the box

out of the box

non mi piace spiegare a parole quello che faccio, ma penso di poter fare un’eccezione…

“out of the box” può tradursi come “fuori dagli schemi”, vorrei poter dire che questa scultura nasce con l’idea di rappresentare il pensiero libero, in realtà l’ho visualizzata un giorno così, l’ho realizzata senza pormi molte domande e l’associazione con questo particolare modo di dire è successiva.
Malgrado ciò non penso assolutamente che sia un caso.
Ultimamente soprattutto mi domando molte cose riguardo al bisogno che molte persone hanno di pensarla in ugual modo tra di loro, sembra quasi sia rassicurante per loro quanto a me pare invece spaventoso.

Da qui l’esigenza di spiegare questa volta, perché mentre fino ad ora ci ho tenuto che vedeste quello che volevate vedere in ciò che realizzavo, ora vorrei vedeste quello che ci vedo io in questa scultura.

 

Qualcuno ha detto “Ci sono due dichiarazioni sugli esseri umani che sono vere: che tutti gli esseri umani sono uguali, e che tutti sono differenti.”, la mia scultura è un invito a lasciare aperte le finestre della mente, a non accontentarsi di opinioni preconfezionate e  a farsi domande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sull’imperfezione

sull’imperfezione

Siamo sicuri di dover aspirare alla perfezione? Io no.

Io voglio aspirare all’imperfezione, all’asimmetria e nei canoni ci sto stretta.

Siamo abituati a dare al termine “imperfezione” un’accezione negativa, senza considerare la personalità, il carattere e il fascino (perchè no?) che quel difetto può conferire.
Credo che da una parte sia rassicurante circondarsi di ciò che è perfetto, omologato: si macchia la maglietta indelebilmente? Basta comprarne una uguale. Hai rotto un piatto del servizio? Se ne acquista uno nuovo e nessuno noterà la differenza rispetto agli altri.
Famiglie felici, tra arredi e complementi impeccabili, ci sorridono da cataloghi che ormai somigliano sempre più a manuali di autostima spicciola: “vivi la tua vita”, “goditi il tuo spazio”. Eppure se mi guardo indietro, gli ambienti in cui mi sono sentita più viva sono stati quelli decisamente imperfetti, gli oggetti che ho amato di più sono stati quelli che, per le loro particolarità, non potevano essere rimpiazzati.
Nella migliore delle ipotesi, ciò che esce dalla produzione con una diversità (mi piace più considerarla così piuttosto che difetto di fabbrica) viene svenduto, altrimenti gettato via.
Ora, diciamo che esistono diversi tipi di imperfezioni, certo non sto elogiando e non mi riferisco a quel difetto indice di trascuratezza, sto parlando invece di quell’imperfezione che diventa caratteristica. Quanto più intorno a noi l’anonimato imperversa, l’irregolarità ricercata diventa rara e inestimabile, rende quel manufatto insostituibile.
Da questo punto di vista è la perfezione ad avere un’accezione negativa, e certi artigiani se ne discostano volutamente, imperfettamente creano oggetti che sono opere d’arte. Producono oggetti che rappresentano l’antitesi dell’esasperata e asettica regolarità e simmetria che troviamo nelle produzioni non artigianali.E come aspettarsi altrimenti? Se è vero che ciò che creiamo ci assomiglia, potrebbe una persona realizzare qualcosa di perfetto o una macchina produrre qualcosa che abbia un’anima?

Io credo che l’eccellenza nel lavoro creativo non sia altro che la capacità di riversarci dentro un oggetto, così come siamo… la capacità di assecondare l’imperfezione è un talento.

sul tempo e sulla lentezza

sul tempo e sulla lentezza

Quando avevo circa quattro anni mio nonno mi veniva a prendere all’asilo, salivo dietro nella sua macchina e mi affacciavo tra i due sedili anteriori per guardare la strada. Arrivati ogni giorno allo stesso punto del tragitto esultava “più veloci della luce”, toccava l’acceleratore, forse si raggiungevano i 30 km orari, ma a me pareva di star decollando su un razzo diretto sulla luna.
Ho imparato così che tempo e spazio sono concetti relativi, che a prescindere dai sistemi convenzionali che abbiamo per misurarli, possono essere misurati secondo come li percepiamo.
Mi sarebbe piaciuto molto che la macchina fosse decollata davvero e ci avesse portati a velocità supersonica, o meglio superluminale, verso il cielo… ma, viaggi sulla luna a parte, ho sviluppato con gli anni un legame stretto con il concetto di lentezza e un po’ di rigetto verso quello di velocità a tutti i costi.
La velocità è divenuta sinonimo di progresso, in alcuni casi sicuramente lo è, ma non in tutti perché, se il concetto di progresso implica il concetto di miglioria rispetto a ciò che precedeva, questo non si può sicuramente applicare alla frenesia debilitante che ci circonda, all’alimentazione sempre più lasciata al caso e neanche all’oblio che sta inglobando tutto ciò che, non rispettando determinati criteri di efficienza, non è abbastanza produttivo per tenere il ritmo e che invece sarebbe da preservare.
Bisogna dunque stare al passo con i tempi, eppure esiste una dimensione possibile in cui sono i tempi a stare al passo delle persone.
Nel mio lavoro mi immergo in questa dimensione, dove il tempo è scandito di respiri, si misura in attimi, dove ottimizzare il tempo significa affondarci dentro e non sfiorarlo, dove amalgamare pensieri ed emozioni alla materia richiede cura e… tempo.
Sono istintivamente felice quando vedo qualcuno immerso nella stessa dimensione, è in quei momenti che vedo maggiormente l’umanità dietro l’umanità.
Si corre e sembra non si abbia tempo che per correre, si lascia da parte la frenesia e pare che il tempo si dilati, questa è la vera magia, la stessa che ti fa arrivare sulla luna a 30 all’ora.